Lo Stato italiano ha comprato in preasta da Sotheby’s per 14,9 Mln di dollari, pari a 12,6 Mln di euro, un altarolo (figg.1 e 2) a due facce attribuito da Federico Zeri ad Antonello da Messina.
In realtà Zeri, che gliel’aveva attribuito nel 1967, ha dato per scontato che fosse Antonello qualche anno dopo, quando il dipinto si trovava in una collezione privata di New York (Federico Zeri, Dietro l’immagine. Conversazioni sull’arte di leggere l’arte, 1987). C’é qualche problema? Si, lo Stato non può rivendere e non ci sono dubbi, nei termini di economia dei beni culturali, che i cittadini italiani non rivedranno soldi investiti nelle fluttuazioni del libero mercato. Cioé l’opera mobile, senza essere monumento nazionale, resterà di proprietà dello Stato, almeno questo direte voi, poiché nessuno lo rivenderà e ne produrrà copie. Un'azienda cinematografica è libera di rivendere un film prodotto con il Tax Credit, depositandone una copia, e il meccanismo del contributo automatico trasforma i maggiori produttori, come Lucisano, in una sorta di azienda di Stato, con la quale solo la Rai può competere, fossilizzando le sfaccettature culturali. Sarà anche peggio per l'opera d'arte musealizzata, se sottratta alla sua visibilità identitaria.
Certo il quadretto non è l’Aurora di Guercino, - paradossalmente più che vincolata, un monumento nazionale di proprietà ‘privata’, che è messo in vendita dagli eredi Boncompagni - ma la piccola opera è estremamente interessante. Non solo il volto di Cristo sulla faccia della tavoletta che raffigura l’Ecce Homo piangente (fig.1) ha toni di devozione talmente pietistica da far pensare alla bottega messinese del pittore piuttosto che ad un approfondimento psicologico del maestro. Inoltre l’operetta ha il formato di un libro di preghiere di un flagellante vissuto nei primi anni del Cinquecento. Come è vero che sul retro ha una figura di San Gerolamo penitente immerso in un paesaggio petroso, sullo sfondo di uno specchio d’acqua, un particolare raro dell’Oronte nell’iconografia dell’eremita nel deserto dell’antica Siria e con minutissimi dettagli da farlo credere fiammingo, bellissimo; peccato che l’opera più famosa che abbia dipinto Antonello sia San Gerolamo nello studio, come aveva fatto Jan Van Eyck. Non solo, il San Gerolamo ha il volto abraso, perché, ha spiegato Zeri, portandolo con sé, in una borsa a giustacuore o cucita nella giacca, il fervente fedele lo avrebbe consunto baciandolo spesso: una testimonianza di un ardore tale, da far pensare al dono di una dama al suo capitano di ventura come fosse stata una foto ricordo, più che il pensiero di una madre al figlio destinato alla carriera ecclesiastica o imbarcato marinaio per una spedizione in terre lontane. Dipinto a tempera su tavola, sarebbe preferibile pensare che si fosse a lungo strofinato contro la fibbia della sua cotta o della camicia o della tracolla, a meno che il devoto non avesse una saliva particolarmente acida, da reagire alla tempera con una sorta di crosta, molto più tarda cronologicamente parlando.
Tra i membri del Consiglio Superiore dei beni culturali presso l’Ufficio del Capo di Gabinetto che hanno approvato la proposta d’acquisto sono Tomaso Montanari e Cristina Terzaghi, studiosi di fama internazionale. Ma sono le parole del ministro Giuli sui due dipinti di rilevante interesse a lasciare interdetti : “L’opera rappresenta un unicum nel panorama artistico del Quattrocento italiano, punto fondamentale nella strategia di ampliamento e valorizzazione del nostro patrimonio culturale, da mettere a disposizione dei cittadini italiani e dei visitatori provenienti da tutto il mondo”. Interdetti perché i luoghi di cultura italiani di quei soggetti ne espongono già tre e quei luoghi di per sé già sono migliaia, ciascuno con più opere dentro di quanto si possa immaginare, anche del Quattrocento: i più celebri sono l’Ecce homo della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, firmato, anche se la firma non è dai più considerata un’autentica attendibile e quello del Collegio Alberoni di Piacenza, entrambi ad olio, una tecnica che non sempre è possibile precisare dalla fotografia, e il San Gerolamo della Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, realizzato con una tecnica mista, che sarebbe più probante per un artista al quale va il merito, fin dal suo esordio sulla penisola italiana nella bottega napoletana del pittore fiammingo Colantonio, di aver contribuito alla diffusione della pittura ad olio in Italia. Ma già Federico Zeri teneva sotto osservazione nel suo archivio una decina di Ecce Homo di, o copia da, Antonello e tutti con una smorfia più o meno deformante il volto, che lo studioso non esitava a definire di stampo ‘mafioso’, a caratterizzarne una certa sicilianità alla ribalta anche negli Stati Uniti, sebbene non proprio tutti i dipinti catalogati dallo studioso fossero in Italia.
Il punto è se la spesa di 12, 6 milioni di euro, una cifra importante, non sarebbe stata invece messa davvero a disposizione del pubblico dei musei italiani utilizzandola, non per una brillante operazione di mercato, ma, se non per acquistare artisti viventi, per garantire il diritto allo studio sancito dalla Costituzione.
Fig.2 - Idem, sul retro: San Gerolamo penitente nel deserto
E cioé quell’esigua possibilità, ogni prima domenica del mese, d’ingresso gratuito ai musei statali, - soltanto le biblioteche sono in Italia, infatti, istituzioni accessibili quotidianamente a chiunque a titolo gratuito -, spendendola per gestire con personale adeguato le file interminabili che si formano davanti agli ingressi per le aperture straordinarie gratuite mensili, o anche aumentando le giornate d’ingresso libero festivo. Soprattutto ora che, dallo scorso 2 febbraio 2026, per i residenti a Roma, un sesto della popolazione italiana totale, sono gratuiti i musei comunali. Non basta che un’opera d’arte di proprietà dello Stato sia bella per valorizzarne il patrimonio; non deve essere affatto nostra, a meno che non sia stata rubata, perché ci appartiene culturalmente in quanto la cultura italiana, come dimostrato proprio da questo esemplare, da sempre è partecipe delle culture degli altri: è che un’opera d’arte bella per essere dello Stato deve anche essere di tutti.
Fig. 3 - Antonello da Messina, Ritratto d’ignoto marinaio (Museo Mandralisca, Cefalù)
Zeri non poteva aver dimenticato il Ritratto d’ignoto marinaio (fig.3) del Museo Mandralisca di Cefalù nel riconoscere Antonello da Messina nelle curve della bocca e degli occhi del Cristo più che sofferente, commovente, che è stato appena acquistato, anche se il quadretto non concepiva il candore formante della luce sul bavero della divisa del marinaio. Ricevuto in dono a Lipari dal barone Mandralisca di Cefalù, fatto storico-leggendario inerente la formazione della prestigiosa raccolta artistica siciliana, il Ritratto d’ignoto marinaio contribuì a fondare il museo omonimo, filantropicamente trasformato dal barone in scuola nella cittadina siciliana che di scuole era quasi priva. L’aveva raccontato Vincenzo Consolo nel suo primo romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio uscito nel 1976 sulla rivolta contadina del 1860 di Alcara li Fusi, un fatto di sangue durante la spedizione garibaldina. Consolo descriveva così il singolare Ritratto d’uomo di Antonello da Messina:
«Tutta l'espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell'increspatura sottile, mobile, fuggevole dell'ironia, velo sublime d'aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà.»
Forse al ministro Giuli non è stato fatto presente, però, che il panorama artistico del Quattrocento italiano nel quadro di tutto il patrimonio culturale del paese, opera per opera, anche nelle sedi più distaccate e nelle più importanti, non ha moltissimi beni per i quali sia stato speso altrettanto, ma ne ha molti che non valgono meno. E’ ancora in discussione la collocazione del dipinto al Museo Regionale Maria Accascina di Messina o al Museo di Capodimonte a Napoli.

