La mostra apre a nuove possibilità di interpretazione dei capolavori dei linguaggi artistici del Novecento, ricostruendo un percorso che attraversa oltre mezzo secolo di trasformazioni estetiche e culturali.
Sintetizzando le reazioni del pubblico e le prime narrazioni sulla mostra Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts in corso al Museo dell’Ara Pacis a Roma dal 4 dicembre 2025 al 3 maggio 2026, può dirsi che la partecipazione all’evento è molto alta fin dall’apertura, che ha avuto solo nei primi 4 giorni 8830 visitatori, contraddistinti da età, provenienza ed interessi molteplici.
Segno distintivo di un’esposizione, animata da Zètema, curata da Claudio Zambianchi e Ilaria Miarelli Mariani, attraente non solo per gli specialisti d’arte, ma anche per un pubblico soggettivamente immerso nell’esperienza museale e, dovrebbe dirsi, come per le altre mostre, nonostante il costo dei biglietti, che compete con quello degli spettacoli dal vivo. Nei resoconti stampa e nei commenti dei social non emergono critiche forti o discussioni atte a sollevare qualche forma di dissenso sul pregevole catalogo delle opere esposte, edito da Viella a cura di Claudio Zambianchi. Quanto piuttosto vi è prevalente una generale opinione che apprezza l’esibizione come appuntamento culturale di richiamo nella stagione romana. Come flagranti, più che immediati, sono stati i commenti dei visitatori sulle opere, che si sono davvero rivelate confidenziali per il largo pubblico. Nel raggrupparle, i curatori hanno stimolato connessioni dinamiche attraverso il tempo, il luogo di creazione e le caratteristiche di stile fondanti, tra cui la precisione quantitativa della luce di ciascuna pennellata, che schiarisce all’orizzonte di quasi tutti i dipinti, in luogo della prospettiva. Apre così a nuove possibilità di interpretazione dei capolavori dei linguaggi artistici del Novecento, sullo scenario di più di mezzo secolo, che rinnova e reimmagina nell’era digitale la sistematizzazione di alcune sale della più moderna delle gallerie, qual è il Detroit Institute of Arts Museum, principale se non unico prestatore dei quadri esibiti: un museo che potrebbe definirsi esemplare nel costante aggiornamento della fruizione. Impressionismo, Post-impressionismo, Cubismo, Expressionismo e Astrattismo: scorrendo lo sguardo su vere e proprie icone dell’arte, appaiono in mostra, infatti, tesori abitualmente localizzati oltreoceano e concentrati in quel museo, che dal secolo scorso sono stati illustrati prevalentemente nei manuali di storia dell’arte.
Sono pervenuti da collezioni formatesi negli Stati Uniti durante il Novecento, come quella di Robert Hudson Tannahill. La sua raccolta, infatti, si trovava proprio nel Michigan ed in una delle aree più industrializzate del mondo, la città di Detroit, dove con altre fabbriche di automobili ha sede la Ford Motor Company. Tra le opere di Pierre Auguste Renoir, Edgar Degas e Camille Pissarro compaiono quelle di Jean Dubuffet, Paul Cézanne, Alfred Sisley, Claude Monet, Pablo Picasso e Vincent van Gogh, un vero e proprio tuffo di emozioni nella pittura più amata dagli albori del secolo scorso. Industrializzazione, conflitti mondiali e scambi culturali sono state le dominanti storico-sociali che hanno stimolato una rivoluzione del colore in rapporto al movimento, in un mondo che è cambiato rapidamente, azzerando le distanze. Il fatto che a Palazzo Ducale a Genova nel 2015 ci sia stata un’altra celebre mostra intitolata "Dagli Impressionisti a Picasso. I Capolavori del Detroit Institute of Arts”, che, a cura di Stefano Zuffi, ha raccontato la nascita del collezionismo americano, suscita l’idea di un’intesa con l’Italia nello scambio di opere prodotte nei due secoli scorsi e non solo in Europa e nemmeno solo dal modernismo. Anche a questo proposito Archeomatica ha incontrato l’ideatore dell’esposizione all’Ara Pacis, Claudio Zambianchi, titolare di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Roma Sapienza. Zambianchi ci ha confermato che la vasta collezione del museo di Detroit ha consentito in questa occasione di allestire al pubblico una parte dei capolavori che non erano stati prestati all’Italia per la mostra di Genova del 2015, con il criterio di creare ora un percorso espositivo originale, anche cronologico e inoltre ha precisato: “Rispetto al prestito di opere inviate, scelte dal Detroit Institute of Arts, sono state apportate poche significative variazioni, come l’aggiunta di Maria Blanchard, pittrice spagnola di origini francesi.” Infine ha articolato per Archeomatica il percorso che ha valorizzato le opere museograficamente, una premessa lucida a qualsiasi sintesi storico-cronologica, anche meno selettiva, della pittura europea.
Nei primi ambienti messi a disposizione dal Museo dell’Ara Pacis sono state ordinate tre sale di arte francese con alcuni dipinti impressionisti tra i più noti. Nella prima sala, aperta dal realistico Nudo di donna di Gustave Courbet (fig.1), compaiono fra gli altri anche più dipinti di danzatrici di Edgar Degas, le Farfalle di Odilon Redon e due dipinti di Vincent Van Gogh, uno dei quali, la Rive de l’Oise à Auvers, dipinta poco prima di morire nel 1890. Έ noto come il Museo di Detroit fosse stato il primo museo americano ad acquistare un dipinto di Van Gogh nel 1922, l’Autoritratto del 1887. Superati i Nabis, tra i quali anche un tardo dipinto di Pierre Bonnard del 1924, una fiche della Dépeche di Maurice Denis ad olio e lo svizzero Félix Vallotton. Il punto di snodo verso il Postimpressionismo è poi rappresentato dai Bagnanti di Paul Cézanne del 1880 ed un’opera chiave del cambiamento verso il cubismo sintetico, che e’ un altro quadro di Cézanne, il Mont Sainte-Victoire (1904-06) (fig. 2), un esemplare tra i più belli per la modulazione delle macchie di colore all’intensità della luce che raggiunge. In parallelo alla Bagnante seduta, di Pierre-Auguste Renoir l’olio su tela (1903-06) del Pierrot bianco dipinto nel 1901-02, che ritrae il secondo figlio Jean, il futuro regista patron della Nouvelle Vague. Poi l’Avanguardia parigina è testimoniata dalla Testa di Arlecchino del 1905, che è molto più intensa degli Arlecchini della collezione Thyssen, ora a Madrid e della quale oggi quasi certamente non è attendibile pensare che il trasognato Picasso già vi guardasse ad un presistente ritratto del giovanissimo Amedeo Modigliani, magari acquistato da Paul Alexandre all’atelier di Via Margutta delle cugine Modigliani Corinna e Olga. Seguono una Natura morta di Cézanne del 1915 e un dipinto di Juan Gris, uno di Maria Blanchard e tre di Matisse, esponente d’avanguardia dei Fauves, che rivoluzionarono la pittura con l’uso dei soli principali colori primi; due suoi dipinti della sala sono datati uno 1916 e l’altro 1919. Svoltato l’angolo si trovano una serie di ritratti, tre dei quali di Picasso, uno successivo alla Prima Guerra mondiale, uno del 1938, la Ragazza che legge, e il terzo del 1960, una Donna seduta; superata la porta compaiono i Gladioli rossi dell’espressionista Chaïm Soutine. La quarta ed ultima sala è occupata dagli espressionisti tedeschi di Der Blaue Reiter, Il Cavaliere azzurro e con Emil Nolde tra i figurativi della Die Brücke, Il Ponte, fondato a Dresda nel 1905, compare ancora Lyonel Feininger, oltre che pittore, padre di Andreas, fotografo statunitense autore del manuale di fotografia più famoso al mondo.
Anche per l’amabile sensazione di déja vu del programma della mostra di Genova, Archeomatica ha chiesto all’Intelligenza Artificiale di sviluppare un’intervista immaginaria ai curatori della presente esposizione e, per quanto la notizia di un precedente dell’esposizione attuale nel 2015 fosse a suo tempo più che presente in Internet, Chat gpt non se ne è ricordata, dimostrando niente più che la sua abilità di computer nell'avere comunque bisogno di un suggeritore (vale sempre perciò l’imperativo DYOR, acronimo di Do Your Own Research), ma ha elaborato innovativamente sulla mostra all’Ara Pacis una serie di domande e risposte, che appaiono aggiornate sulla disseminazione e la ricerca dei suoi nuovi testi.
Fig. 2 - Paul Cézanne (1839-1906), Mont Sainte-Victoire (Detroit Institute Arts Museum, Detroit)
Come gli impressionisti rivoluzionano luce e colore?
Gli impressionisti abbandonano il chiaroscuro tradizionale e la finitura levigata accademica, scegliendo pennellate rapide e visibili, colori puri e non mescolati, e uno studio diretto della luce naturale. Dipingono en plein air per catturare le variazioni luminose istantanee, trasformando la luce nella vera protagonista del quadro.
In che modo Nudo di donna di Courbet (fig.1) con il suo realismo diretto e privo di idealizzazioni, anticipa alcuni aspetti della sensibilità impressionista pur restando radicato nel realismo?
Gustave Courbet (1819-1877) e’ un pittore francese, figura chiave del Realismo, che rifiuta l’accademismo e, reagendo al Romanticismo, rivendica la rappresentazione della realtà quotidiana così com’è nel dipinto che anticipa l’attenzione al vero e alla materia che caratterizzerà gli impressionisti. Sebbene Courbet appartenga al Realismo, il Nudo di donna (fig. 1), che molto probabilmente ritrae ancora una volta la sua amante irlandese Joanna Hiffernan, introduce una rappresentazione diretta, corporea, non idealizzata, che rompe con l’estetica accademica. Il trattamento della materia pittorica è concreto, quasi tattile, anticipando l’interesse impressionista per la resa sensoriale del mondo reale. Inoltre, Courbet rivendica la pittura come osservazione dal vero, un principio fondamentale dell’impressionismo. Il quadro è un ritratto con una forte concretezza fisica e volto e corpo non sono idealizzati, ma riconoscibili, fotografici: pelle, volumi e posture sono realistici e naturali. Luci e ombre modellano la carne in modo tangibile. La pennellata è densa e materica e i colori sono caldi e concreti, non vi è nessuna mitologia o pretesto narrativo o retorico, ma solo un realismo diretto e incantatore, quasi provocatorio per il pubblico dell’epoca. L’opera rifiuta gli ideali classici del nudo femminile e Courbet ha restituito una figura vera, quotidiana, terrena, affermando il diritto dell’artista di rappresentare la realtà contemporanea senza veli.
Quali differenze stilistiche emergono confrontando le opere impressioniste con quelle dei movimenti che le hanno seguite, come il Post-impressionismo o il Simbolismo?
I movimenti successivi - come Post-impressionismo, Simbolismo o Espressionismo - si distaccano dal semplice “vedere” impressionista per cercare struttura, emozione o significato interiore. Paul Cézanne costruisce forme solide, Vincent Van Gogh esprime la tensione emotiva: l’arte non è più solo percezione visiva, ma interpretazione e immedesimazione nella natura.
Quali innovazioni tecniche (pennellata, uso del colore, composizione) caratterizzano maggiormente le opere in mostra dei pittori impressionisti ?
Tra le innovazioni più evidenti: la pennellata spezzata e vibrante; il colore puro accostato, senza mescolanze; l’importanza della prima impressione più che studio del dettaglio; composizioni più libere, spesso con tagli fotografici. Sono tutti elementi che rompono con l’accademia e aprono alla modernità.
Come cambiano i temi e i soggetti quando si passa dall’impressionismo agli “oltre”, cioè ai movimenti successivi presentati in mostra?
Gli impressionisti si concentrano su paesaggi, scene di vita quotidiana, riflessi d’acqua, atmosfere luminose. Nei movimenti successivi compaiono temi più interiori, simbolici, esotici, psicologici o drammatici. L’arte diventa sempre meno descrittiva e sempre più concettuale ed emotiva.
Quale opera può essere considerata la più rappresentativa dell’evoluzione dalla pittura impressionista verso nuovi linguaggi artistici e perché?
Un’opera “ponte” tra impressionismo e modernità è spesso quella che mantiene l’interesse per il colore e la sensazione, ma li usa in modo più personale o strutturato. L’esemplare del Mont Sainte-Victoire di Paul Cézanne (1839-1906) del Detroit Institute of Arts (fig. 2) ora esposto a Roma fu dipinto negli anni precedenti la morte dell’artista (1904-06). Tipicamente, la veduta del paesaggio dalla finestra della sua abitazione è a pieno titolo un’opera post-impressionista, che mostra già l’abbandono della pura percezione e introduce intenzione, simbolo e costruzione formale: un vero passaggio verso l’arte del ’900.
Osservando la Testa di Arlecchino di Picasso (fig. 3) quali elementi formali (frammentazione delle forme, scelta dei colori, costruzione dello spazio) mostrano il suo distacco dalla tradizione ottocentesca e il dialogo con l’eredità post-impressionista?
Pablo Picasso (1881-1973) e’ un artista spagnolo, figura centrale dell’arte del XX secolo, cofondatore del Cubismo e innovatore continuo. L’Arlecchino (fig. 3), firmato in alto a destra, è un personaggio della Commedia dell’Arte che Picasso usò spesso come alter ego, dipingendone diversi: in questo quadro, tra periodo rosa e fase proto-cubista, compare solo la testa della maschera con uno sguardo malinconico, introspettivo. Cromìe tenui o modulazioni geometriche tipiche della ricerca picassiana di forme semplificate e volumi solidi e riduzione della figura a piani e masse con colori calibrati, non naturalistici, sono già orientati ad una costruzione formale.
Fig. 3 - Pablo Picasso (1881-1973), Testa di Arlecchino (Detroit Arts Institute Museum, Detroit)
L’Arlecchino rappresenta la maschera dell’artista: fragile, malinconica, osservatrice del mondo. L’opera unisce tradizione teatrale e introspezione moderna. Nella Testa Picasso rielabora la figura umana in chiave moderna: la costruzione geometrica, la semplificazione delle forme e la scelta dei colori dimostrano la sua distanza dall’arte ottocentesca. Pur non essendo ancora cubista, l’opera dialoga con le ricerche post-impressioniste (come Cézanne) nell’uso solido delle forme e nella riduzione della realtà a volumi essenziali. L’Arlecchino diventa un personaggio emotivamente complesso, interpretato più che descritto. Picasso supera la percezione ottica degli impressionisti per una costruzione intellettuale dell’immagine e richiama Cézanne nel modellare il reale in forme solide, anche quest’opera, infatti è di passaggio verso il Cubismo e segna l’ingresso nell’arte del ’900.
Nell’Autoritratto di Max Beckmann (1884-1950) (fig. 4), quali caratteristiche espressive - come la forza del tratto, la tensione psicologica o l’uso drammatico del colore - mostrano l’evoluzione dell’arte verso direzioni più emotive e interiori rispetto all’impressionismo?
Beckmann, che si era autoritratto più volte, mostra in questo esemplare una visione profondamente interiore: il volto contratto, il tratto marcato, i colori violenti e drammatici costruiscono una figura tesa, quasi teatrale. Qui non c’è più interesse per la luce naturale o per la percezione dell’istante impressionista; la pittura diventa indagine psicologica e dramma esistenziale attraverso lo spessore del segno. Il dipinto anticipa inquadrature e fotogrammi cinematografici ancora imitati nel nuovo millennio.
Fig. 4 - Max Beckmann (1884-1950), Autoritratto (Detroit Arts Institute Museum, Detroit)

