Tesori dei Faraoni

Tesori dei Faraoni
Fig.1 - Maschera d’oro del faraone Psusennes I ( Museo Egizio del Cairo)

La mostra Tesori dei Faraoni alle Scuderie del Quirinale, con i suoi 130 oggetti d’arte di straordinaria bellezza per la prima volta sbarcati in Europa, non è solo un’avventura immersiva attraverso la storia dell’Antico Egitto fino all’età augustea, ma è anche un’esposizione didattica a pieno titolo.

Comprende oggetti appartenenti all'utensileria e alla suppellettile funeraria, ornamenti personali e corredi di tombe ed offerte votive provenienti da edifici di culto templare e domestico dell’intera area di espansione della cultura egizia lungo il corso del Nilo, generalmente per lo più collocati nell’Egyptian Museum del Cairo e nel Luxor Museum. 
A differenza delle esposizioni che ricercano la sensazionalita’, nell’eleganza essenziale dei suoi apparati, immersi nel silenzio più assordante delle audioguide, ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio allestimento museale permanente, che appare voluto da chi il museo d’arte lo abita in una dimensione quotidiana e ha voluto rendere perfino la Caffetteria e la Libreria delle Scuderie più ricettive ed accoglienti del solito. La mostra, che è stata curata con rigore scientifico dall’egittologo di fama internazionale Tarèk El Awady, e’ stata prodotta da Ales - Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino. Resterà aperta fino al 3 maggio 2026 e deve ancora raggiungere la cifra record di presenze che è stata prevista dagli organizzatori.
Se si fa eccezione per le vetrine che racchiudono i sarcofagi, l’esposizione nasconde teatralmente ogni tecnologia, anche se è supponibile che gli argani, le teche e i sensori siano tra i più avanzati che il trasporto di opere fuori dal paese di produzione, in molti casi statue e sarcofagi di pesantissimo granito grigio o rosso, possa impiegare. 
Al suo grandioso progetto si potrebbe forse rimproverare che un dono ai musei italiani di qualche dispendioso robottino, acquistato per conto degli sponsor Eni e Intesa Sanpaolo con i 3,5 milioni spesi per realizzarla a Roma durante il Giubileo 2025, non sarebbe stato eccessivo, anche sottolineando l’opportunità del momento, occasione in cui le autorità egiziane hanno rimosso pezzi tra i più disparati e importanti dai musei esistenti per riempire il Grand Egyptian Museum appena inaugurato a Giza, il 2 novembre scorso. O esposti ora per la prima volta, come il corredo funerario e la suppellettile della Tomba di Yuia e Thuya, genitori della regina Thye, compresa la sedia della regina, con intarsi e decorazioni in foglia d’oro più preziosi di quelli della sedia della Tomba di Hethepheres I, scoperta a Giza nel 1925.

L’esibizione è infatti un panorama complesso almeno quanto ambizioso, sul piano divulgativo, della cultura dell’Egitto a partire dal 3500 a.C., che mette in risalto tutti gli aspetti che più la rendono omogenea alle altre civiltà territorialmente appartenute all’area mediterranea e al Vicino Oriente antico. Anch’esse non meno fondate sul politeismo, sul culto dei morti e sulla credenza del viaggio dei morti nell’al di la’, nonché sul rapporto tra vivi e defunti e la memoria degli avi, intesa come fama eroica soggettiva e come il principale strumento per il raggiungimento dell’immortalità. La prima, abbandonata ogni forma di pseudocannibalismo, ad adottare la mummificazione.
La profanazione delle tombe e dei templi degli antenati era non solo dovuta a spostamenti nomadici, o di eserciti, o a conquiste di guerra, ma qualche volta era stata intrisa di curiosità scientifica come di devozione religiosa, finendo per non essere certo una novità sia per la civiltà occidentale che per quella orientale. Sembra abbia fatto parte infatti di una connotazione paleoantropologica comune alle migrazioni dell’Homo Sapiens, che nella preistoria, fino a 2 milioni di anni fa, è ritenuto tuttora originariamente africano, forse davvero non l’unico sul suolo africano. Non meno che agli ominidi di Neanderthal, ai quali in minima percentuale appartiene il genoma dell’individuo euroasiatico, o, per usare un termine medico, di razza caucasica (dai popoli protoindoeuropei). Da sempre l’Africa è stata territorio di sfruttamento da parte delle popolazioni mediterranee e polo di navigazione dei paesi europei alla volta delle cosiddette Indie Occidentali e dell’Estremo Oriente, ed è soltanto durante il Medioevo che s’interruppero le esplorazioni spinte fino a Tebe e alla Valle dei Re nel Sud dell’Egitto. Nella prima metà del Settecento le ricerche oltremare erano sempre più avanzate, anche se non ancora sistematicamente, soprattutto da parte di inglesi, francesi e tedeschi, senza che fossero mai del tutto cessate le predazioni delle necropoli egiziane, più spesso riprese tramite l’acquisto dei reperti dai nativi, che solo in un secondo tempo venivano trasportati sulle navi attraverso l’Oceano, non sempre con il permesso delle autorità, alla volta dei grandi musei dei reali d’Europa. Qualche volta risparmiando sculture, mummie e sarcofagi dalla distruzione e qualche altra volta perdendoli in fondo al mare.

Quando Napoleone nel 1798 sbarcò ad Alessandria d’Egitto e lo stile fitto di piramidi e obelischi, di fenici, leoni e sfingi, che decoro’ mobili, gioielli, abiti, stoviglie e giardini, imitando i primi souvenir importati, invase l’Europa prendendo il nome di Primo Impero, nessuno di questi preziosissimi oggetti in mostra, frutto dei ritrovamenti dell’archeologia moderna, era stato ancora scoperto. Solo alcuni degli arredi più preziosi delle tombe dei faraoni furono lasciati nel corso del secolo sul suolo egiziano, ma in gran parte, compresa qualche pittura ad affresco sulle pareti delle sepolture mediante la tecnica dello strappo, furono esportati. Quelli rimasti finirono per andare a formare soprattutto l’Egyptian Museum del Cairo, aperto nel 1902 e dal quale provengono alcuni dei pezzi più significativi dell’esposizione attuale. È forse un modo di dire che siano stati esposti in quel fatato contenitore museale, letteralmente buttati uno sull’altro come vi sono stati nel secolo scorso, in un museo che è uno scrigno aperto traboccante anche oggi: nonostante l’aspetto di un bazar, o forse proprio per il fatto di simulare la caverna di Ali’ Babà, le sue sale e gallerie interamente dedicate all’Antico Egitto sono forse le più affascinanti del mondo. 
Anche se non è certo il Museo del Cairo la prima raccolta di antichità egiziane, battuto sul campo com’è stato almeno dai Musei Vaticani, la cui collezione è consistita dei ritrovamenti nelle architetture e nei templi egizi degli imperatori romani, l’arte che conserva, primo tra i contenitori in terra egiziana, che la mostra illustra con sintetico exscursus fra più musei, non è ancora stata superata nel suo primato di civiltà più antica del mondo, che l’egittologia, proprio nello storico serbatoio del Cairo, fa risalire oggi con alcuni manufatti di punta non oltre il 5000 a. C.
Lo spirito guerriero ancestrale, ora si direbbe bellicistico, di questa smisurata cultura, che ha visto le dinastie dei faraoni più o meno impegnate nella difesa di un territorio vastissimo dell’Africa, si rivela violentemente competitivo nella ricerca estenuata della bellezza.
Tra i tesori dei faraoni più conclamati manca inevitabilmente all’eccezionale esibizione odierna la maschera d’oro di Tutankhamon, forse il simbolo più emblematico dell’intero Egitto antico, scoperta da Howard Carter nel 1922 con la sua Tomba KV62 nella Valle dei Re nell’Alto Egitto e oggi appena trasferita dal Museo del Cairo con il tesoro completo della tomba, composto da 5400 oggetti circa - oltre ai sarcofagi, carri da guerra, gioielli, pugnali, statuette e canopi e molti altri oggetti d’uso quotidiano - al Grand Egyptian Museum (GEM) di Giza, da poco inaugurato, il 2 novembre di quest’anno. Un museo quest’ultimo, la cui ideazione, molto differente dal gigantesco progetto ora realizzato, ha visto nondimeno al suo esordio la partecipazione italiana.
Sono perciò esposti alle Scuderie solo alcuni gioielli della regina Ahhotep, una delle collezioni più raffinate mai ritrovate, tra cui la celeberrima Collana delle mosche d’oro, ed altri pettorali in oro e pietre preziose e bracciali d’oro smaltati finemente, come i tesori delle tombe reali di Tanis, meno noti al grande pubblico, ma non meno grandiosi, tra cui la Maschera d’oro del faraone Psusennes I dal Museo del Cairo (fig1), del primo millennio a.C., che è considerata una delle più belle opere d’arte egiziana, come pure gioielli e amuleti ricchissimi, cui si aggiungono altri tesori dalla Valle dei Re e da Luxor.

E’ esposta anche la celebre statua triadica di Micerino, il faraone dell’omonima piramide di Giza, sovrano della IV dinastia, con la dea Hathor e il nomo o divinità personificazione della provincia, risalente al XXVI secolo avanti Cristo e uscita dal Museo del Cairo, una statua che fa culminare l’esibizione presente nel mistero della regalità divina familiare. Ed il rilievo di Akhenaten, il faraone eretico adoratore del dio Aton, il disco solare, Nefertiti e altre due principesse adoranti il sole (fig.2), pure proveniente dal Museo del Cairo.

Fig2jpgFig,2 - Rilievo di Akhenaten (Museo Egizio del Cairo)

Le statue e i rilievi che chiudono il percorso sono tra le espressioni più alte dell'arte faraonica, esemplare nella lavorazione e nell’estrazione dei metalli preziosi: una delle statue della regina Hatshepsut inginocchiata in atto d'offerta al dio Amon, la diade di Thutmosi III con Amon, fino alla splendida maschera d'oro di Amenemope (fig.3), anche proveniente dal Museo del Cairo, dove il volto del re a sbalzo levigato, potrebbe dirsi alla lettera tramutato in oro, sostanza di cui gli Egizi ritenevano fossero fatti gli dei.

Fig3Fig.3 - Maschera d’oro di Amenemope (Museo Egizio del Cairo

Costituiscono in effetti nel loro insieme un nucleo in grado di competere per importanza alla Sezione egizia del British Museum, nessuna opera della quale ovviamente è in mostra. La sezione britannica si era formata anche grazie all’opera del padovano Giovanni Battista Belzoni, precursore della moderna archeologia, che svolse la sua attività di scavo fino oltre Tebe, dal 1815 al 1819, scavi dai quali proviene la gigantesca Testa di Ramses II, da lui esportata a Londra. 
Sono esposti, infine, alcuni oggetti scoperti nella perduta Città d’Oro di Amenofi III, che l’archeologo egiziano vivente Zahi Hawass ha portato alla luce nel 2021 negli scavi sulla sponda occidentale di Luxor e chiude la mostra la straordinaria Mensa Isiaca (fig. 4) del Museo Egizio di Torino, tavoletta di bronzo intarsiato, commissionata forse nel Tempio di Iside in Campo Marzio dall’imperatrice Livia, moglie di Augusto. Dopo le numerose testimonianze degli scrittori greci, furono gli antichi romani infatti i primi esploratori e possessori dell’arte dell’Antico Egitto, le cui maestranze erano arrivate a Roma.

Fig4Fig.4 - Mensa Isiaca (Museo Egizio di Torino)

Un itinerario topografico dei siti sarebbe stato forse preferibile alla sviluppo in sei aree tematiche scelto per il percorso della mostra. Un itinerario che nell’ambito espositivo in qualche caso non è più nemmeno rintracciabile con sicurezza, svolto com’è tra le differenti localizzazioni originarie dei sarcofagi e delle statue situati lungo il corso del fiume Nilo, senz’altra indicazione che il tradizionale criterio cronologico dinastico dell’archeologia ottocentesca. Le aree d’interesse, incluse quelle che non sono tra le più visitate dai turisti come Saqqara o Menfi, anche solo enunciate o rappresentate da un solo elemento in mostra, si snodano oggi fino ad Abu Simbel nel cuore dell’Africa, a partire da Alessandria sul Mar Mediterraneo, dopo che è avvenuto, con il supporto ingegneristico di più nazioni, tra cui l’Italia, il taglio ed il trasporto dei Templi di Ramses II e di Nefertari, intrapreso dal 1960 al 1980, dall’isola di Philae su un’altura sul lago della diga di Assuan. Qualunque ordinamento, anche stilistico, si volesse adottare per queste preziose testimonianze della grandezza dei faraoni, i curatori non hanno nascosto come proprio il realismo più caratterizzante di alcuni ritratti di personaggi vissuti a corte con le loro famiglie, segni tangibili di un’ascesa individuale ottenuta con il proprio valore di dignitario, mostrino sempre la freddezza ieratica nella soggezione al culto della personalità e ad un potere dispotico nonostante la loro bellezza. Come le cosiddette teste di riserva, calchi di supporto per l’impronta del volto, mutilate per staccare la maschera funeraria, o seppellite con la mummia principale per sorvegliare il suo viaggio: alcuni degli oggetti più enigmatici, supposti altrimenti compartecipazione ad altri riti di esecrazione o di adorazione, provano forse come la mummia principale fosse stata trasportata da un punto all’altro del Nilo, prima di trovare il proprio ricovero con il simulacro mutilato di un nemico o di un amico. In generale, una sorta di fotografia, un ritratto funebre secondario utilizzato, al pari della maschera, nella stessa come in un’altra tomba. 
Dalla mostra emerge la complessità cultuale e sociale di un’arte che esalta più classi sociali: un ponte tra passato e presente, compiuto in una vastità continentale, come hanno sottolineato le tre lezioni, su You Tube, che sono state tenute ieri alle Scuderie da Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino; Tarèk El Awady, egittologo curatore della mostra e già direttore dell’Egyptian Museum del Cairo e da Gianluca Miniaci, professore di Archeologia dell’Antico Egitto all’Università di Pisa.
Più che una galleria di reperti rari mai esposti prima in Italia è attraverso l’ostentazione del lusso di una civiltà millenaria, che traspare una spiritualità altrimenti materialista, anche se nemmeno in minima parte da considerare evocativa, per la sua vetustà, delle religioni di popoli conquistati, come lo sarà stata la cultura latina.

Author’s Posts