Notre-Dame de Paris: linda e pinta

Notre-Dame de Paris: linda e pinta
Fig.1 -Alexander McQueen, sfilata “Joan”, stagione Autunno/Inverno 1998–1999, Londra, Gatliff Road Warehouse. Fonte foto: © GATA MAGAZINE, 2025

A essere avvolta da fiamme non è la modella della sfilata Autunno/Inverno del 1998 -1999, Joan di Alexander McQueen che sul finale del fashion show avanza sulla passerella con il volto coperto ed un abito rosso, iconico, potente, concludendo la cavalcata in un cerchio di fuoco attorno ai suoi piedi.

Avviluppata dalle fiamme il 15 Aprile 2019 è Notre - Dame de Paris, situata a Île-de-la-Cité, sotto gli occhi di tutti la cattedrale brucia e non è uno fashion show. In diretta televisiva la flèche di Eugene Viollet -le Duc, crolla, insieme all’antica struttura del tetto, risalente al XIII sec.

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Fig.2  -Dettaglio della Cattedrale di Notre-Dame colpita dalle fiamme durante l’incendio del 15 Aprile, 2019, fonte foto: © ANSA.

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Fig. 3 - La Cattedrale di Notre-Dame colpita dalle fiamme durante l’incendio del 15 Aprile, 2019, fonte foto: © ANSA.

I lavori di restauro della cattedrale sono stati al centro di numerosi dibattiti, soprattutto per alcune proposte di rinnovamento degli interni, ma l’opera di ricostruzione è avvenuta con grande rapidità e con il coinvolgimento di oltre duemila maestranze e tecnici. Nella fase precedente ai lavori di ristrutturazione è stato aperto un sito scientifico con il coinvolgimento di oltre duecento studiosi, per la documentazione e lo studio di ogni dettaglio. Dagli studi condotti è stato poi realizzato un gemello digitale della cattedrale, che ha raccolto tutti i dati sviluppati, fondamentali per garantire la conservazione nel tempo.

La fase più delicata ha riguardato non solo il restauro ma la ricostruzione della guglia, della copertura e una parte delle volte, come la volta a crociera centrale e parte delle volte del transetto. Diversamente, nelle volte rimaste integre, sono state eseguite operazioni di consolidamento per ripristinarne lo spessore e la resistenza. La ricostruzione è stata guidata dall’architetto Phiippe Villeneueve, assistito dagli architetti Rèmy Front, Pascal Prunet e con la consulenza per la direzione dei lavori di rinforzo strutturale dell’architetto Carlo Blasi.

La ricostruzione è stata guidata dal com’era, sfiorando uno dei dibattiti più duraturi nella storia del restauro basato principalmente su due linee di pensiero, da un lato restituire leggibilità e integralità ai monumenti, dall’altro preservare l’autenticità storica. Uno dei maggiori rappresentati del dibattitto sul restauro ottocentesco è Eugene Violett le -Duc, architetto, soprintendente e restauratore non solo di Notre Dame, ma di molti altri monumenti profani e sacri di epoca medioevale. La sua teoria di intervento si basava un’analisi dettagliata dell’opera e sulla definizione dello stile originale, in seguito, sulla demolizione  delle parti ritenute delle aggiunte postume e in ultimo alla ricostruzione di quelle mancanti. Il suo occhio non contemplava i cambiamenti e le addizioni risalenti a epoche successive, ma mirava, piuttosto a un ripristino in stile dei monumenti, anche qualora, a causa di eventi imprevisti non fosse stato portato a termine.

La posizione del londinese Jhon Ruskin, riformatore sociale e critico d’arte era diametralmente opposta e contraria alla pratica diffusa nell’ Ottocento di ricostruzione di parti mancanti, la sua attenzione si rivolge al concetto di manutenzione ordinaria e conservazione, ammettendo interventi strutturali anche visibili, rivolti a sostenere, senza nascondere le lacune. Per Ruskin, ogni intervento che cancellava le tracce del tempo tradiva l’autenticità del monumento.

Il dibattito si articola poi negli anni Trenta del Novecento in due indirizzi metodologici: da un lato, un’ approccio fortemente incentrato sull’esattezza scientifica, analitica, con una netta distinzione tra la materia originale, da conservare e tutto ciò che è ritenuto contaminato e aggiunto nel tempo, da eliminare, dall’altro un orientamento in cui dato tecnico scientifico relativo alla materia viene sottoposto ad una riflessione critica. Quest’ultimo indirizzo trova una sintesi teorica nell’opera dello storico e critico d’arte italiano Cesare Brandi, direttore dell’Istituto Centrale del Restauro dalla fondazione (1939–1961) e della rivista L’Immagine (1947–1950).

La sua riflessione confluisce nella Teoria del Restauro, pubblicata nel 1963, e viene successivamente recepita nella Carta del Restauro del 1972. Brandi definisce il restauro come: «il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro». Da questa impostazione derivano i principi fondamentali dell’intervento: riconoscibilità, reversibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà. Ancora oggi, la sua teoria costituisce il principale fondamento metodologico della disciplina del restauro. E nel caso di Notre-Dame? Il dibattito è riemerso con forza, privilegiando la scelta di restituire l’identità perduta con una ricostruzione fedele, voltando in parte le spalle ai principi sostenuti da Cesare Brandi.

Et voilà la flèche di Notre-Dame - linda e pinta - torna a svettare nel cuore di Parigi quasi a gareggiare con la torre del Castello della Bella Addormentata di Disneyland Park. Senza dubbio l’impiego di strumenti avanzati ha consentito di accelerare tempi e processi, garantendo al contempo, un elevato livello di precisione, ma una ferita per guarire richiede tempo e una riflessione più profonda. Oggi bisognerebbe intervenire con maggiore consapevolezza e con un approccio ancor più critico e ponderato nei confronti della ricostruzione e della memoria, per evitare scelte dettate dalla spettacolarità. Ritorno con il pensiero alla memorabile interpretazione del gotico nell’ iconica sfilata di McQueen dell’1998 -99, emblema non solo della teatralità dello stilista e della tecnica sartoriale, ma un inno alla riparazione e alla redenzione!

 A cura di Maria Chiara Spiezia

 

 

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