Nel sito neolitico di Motza, vicino a Gerusalemme, gli archeologi hanno scoperto una tecnologia degli intonaci sorprendentemente avanzata, capace di riscrivere parte della storia dei materiali da costruzione antichi.
Le analisi effettuate sui pavimenti risalenti al periodo Pre-Pottery Neolithic B (PPNB), tra il 7100 e il 6700 a.C., mostrano infatti che gli abitanti del villaggio non utilizzavano soltanto il classico calcare calcitico per produrre la calce, ma anche la dolomite, una roccia più resistente e difficile da lavorare. La dolomite presenta numerosi vantaggi: richiede temperature di cottura inferiori rispetto alla calcite, produce intonaci più resistenti all’acqua e offre una maggiore durezza meccanica.
Tuttavia la sua lavorazione è estremamente complessa, tanto che fino a oggi l’uso della calce dolomitica era documentato solo a partire dall’epoca romana. Secondo lo studio pubblicato su Journal of Archaeological Science, la scoperta di Motza anticiperebbe questa tecnologia di quasi 8.000 anni. Attraverso tecniche avanzate come microscopia elettronica, spettroscopia FTIR, analisi termogravimetrica e diffrazione ai raggi X, è emerso che alcuni cristalli di dolomite presenti negli intonaci sembrano essersi riformati dopo la cottura, un fenomeno ritenuto estremamente raro.
Questo risultato è particolarmente importante perché la dolomite, una volta riscaldata, normalmente non torna alla sua forma originaria, ma genera altri composti ricchi di magnesio. Negli intonaci di Motza, invece, predominano proprio calcite e dolomite, suggerendo l’esistenza di un processo tecnologico oggi perduto, capace di completare un vero e proprio “ciclo della dolomite”. I pavimenti erano realizzati con una struttura a due strati: uno inferiore ricco di dolomite, più resistente e durevole, e uno superficiale quasi puro di calcite, più fine e adatto alle decorazioni pittoriche. Questa scelta dimostra una notevole conoscenza delle proprietà dei materiali e un livello di specializzazione artigianale inatteso per una comunità neolitica.
La scoperta potrebbe avere implicazioni anche per la ricerca moderna. Oltre a offrire nuove informazioni sul celebre “problema geologico della dolomite”, cioè il mistero della sua formazione naturale, questa antica tecnologia potrebbe ispirare materiali edilizi più sostenibili, resistenti e meno energivori. Dopo quasi diecimila anni, gli intonaci di Motza dimostrano che alcune innovazioni del passato possono ancora suggerire soluzioni per il futuro.
Fonte: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0305440326000877?utm_
