Nel catalogo dal titolo Le Tele parlanti: la pittura di Nino Saggio, di cui autore è il prof. Franco Purini, noto architetto e accademico di San Luca, la narrazione dell’opera di Antonino Saggio, una selezione consistente fra le circa cinquecento opere realizzate dall’artista, è suddivisa in capitoli che tagliano tematicamente il percorso cronologico puro e semplice.
Una breve Prefazione è dedicata ai Viaggi e racconta la storia della collocazione editoriale del volumetto al quinto posto nella collana “I Viaggi” diretta dallo stesso Saggio, come per i migliori narratori del Novecento (Italo Calvino per tutti) volta ad esplorare l’alterità del lettore. Il volume, composto prevalentemente da splendide riproduzioni delle sue opere quasi fosse un vero e proprio Web Site, dimostra che è l’immagine a stabilire connessioni nella civiltà del presente storico, senza abbandonare la consistenza cartacea del libro di formato tascabile, oggetto della rivoluzione della lettura che nel Novecento ha preconizzato l’odierna sinteticità del messaggio visivo telematico. Saggio, ricordiamo per i lettori, è membro di molteplici inziative editoriali, anche di periodici a carattere scientifico, ma in particolare fa parte dalla sua fondazione del Comitato Scientifico di Archeomatica.
Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana alla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma dal 2000, Saggio ha iniziato la carriera accademica alla Carnegie Mellon University di Pittsburg, California, nel 1985. Il già Carnegie Institute of Technology statunitense, frequentato da Andy Warhol negli anni Quaranta del secolo scorso, lo ha favorito nello sviluppo della propria ricerca sull’interattività tra architettura e tecnologia dell’informazione, vero e proprio materiale grezzo della progettazione architettonica. Lo ha anche precocemente introdotto, nella pratica d’insegnamento, all’opera di Louis Sauer, alla quale, approfondendone la scoperta del ruolo che hanno le scienze sociali nel disegno progettuale, in anni più recenti, nel 2012 e nel 2014, ha dedicato due volumi, a lui intitolati. Attraverso questo sottile filo psicologico che raffina lo spazio architettonico in rapporto all’uso che ne sarà fatto, e che alimenta perciò il processo creativo del progetto, Saggio si è mosso, nell’ambito della storia dell’architettura italiana, nello studio del razionalismo funzionalista da Giuseppe Terragni a Giuseppe Pagano, ai quali pure ha dedicato due libri, rispettivamente nel 1994 e nel 1984. Nella convinzione che il disegno architettonico sia anche metodo e che l’architettura si possa insegnare e, potrebbe aggiungersi dalle pagine di questo piccolo libro, che l’informale si possa comprendere e che l’informatica sia processo creativo.
Canmminando a ritroso nel tempo fino alla Scuola di Francoforte, nella Teoria estetica (uscita postuma nel 1970) Theodor W. Adorno aveva affermato: “...il concetto di Arte=espressione nasce quando si scinde l’attività artistica, come frutto della sensibilità, da quella scientifico-filosofica, come frutto della ragione […]; storicamente dunque il termine espressionismo, trova la sua applicazione più esatta soltanto da quegli artisti che, a partire dagli inizi del ‘900, sostengono l’assoluta priorità dell’espressione del sentimento individuale sull’imitazione della natura”. Se l’arte è il superfluo, la ricerca della verità che ha animato l’arte attraverso ognuno dei suoi linguaggi fin dalle origini ha compreso l’utile e la scienza, l’ingranaggio dell’imitazione della natura propriamente detto.
Non si può negare, secondo quanto afferma Purini, che la pittura di Saggio affondi le sue radici nei Fauves, in modo particolare in André Derain, ma è pure vero che la sua materia non abbandoni il registro della realtà, giungendo nei Ritratti (fg.1) ad estrarre la fisionomia del personaggio e non solo la forma figurativa, dal timbro assoluto e dalla densità dello spessore più che dalla stratificazione della macchia della pennellata. Così aveva fatto il belga James Ensor, che dell’espressionismo era stato un anticipatore, ritraendo collettività e, nel farlo, riuscendo perfino ad esporre l’alienazione di una società intera. Dai ritratti di Saggio scaturisce magia, la “Magia itinerante” che intitola un altro capitolo della selezione di opere, in cui il personaggio principale delle tele (non dimentichiamo però che il nostro utilizza molto spesso il legno) è l’architettura di una festosa tenda di circo (fg.2).
Quasi antitetica alla poetica dell’artista-clown malinconico, questa serie di dipinti, ricostruendo la variegata entità della forma dai frammenti dei suoi mosaici di colore, rammenta emotività e dinamismo, suscitando la romantica fuga dalla realtà: l’onirico leitmotiv del teatro girovago. L’impronta di colore della pennellata è costruzione, architettura: è il mattone che ricomincia a ondeggiare come il mare e a riempire le geometrie degli spicchi rossi della tenda (fg.2), ma è anche la condizione di felicità e stupore di una policromia esagerata, che oltrepassa l’efficacia compositiva del kodachrome di una ripresa fotografica dall’obbiettivo. Anche il dinamismo futurista e l’Action Painting sono filtrate attraverso l’autonomia artistica, in area tutta mediterranea, di Renato Guttuso e di Mario Schifano, che diventa briosità numerica più che alfabetica. Non a caso gli interventi architettonici pianificati da Saggio appartengono al law rise-high density, con case di non più di quattro piani, al recupero edilizio e alla città integrata. La storia dall’interno.
Direbbe Oscar Wilde: “Il semplice colore, incontaminato dal significato e non legato ad una forma definita, può parlare all’anima in un migliaio di modi diversi,” [Tratta dal saggio The Critic as artists del 1890].
I mille modi in cui le quantità di luce, penetrano lo spazio del supporto, creando volti, animali, paesaggi e qualche volta ambienti, che scorrono davanti ai nostri occhi e nei recessi più profondi. E nelle ultime immagini dal Mozambico del fascicolo, perfino con uno sguardo alle ritrovate biodiversità del pianeta, che da sempre hanno popolato soprattutto l’immaginario dell’infanzia.
Fig.2 - Antonino Saggio, Circo Siciliano, Roma Via Taranto, Novembre 1974, particolare (olio su tela cm. 50X60)
Sono i primi Anni Settanta i più rappresentativi dell’attualissima raccolta di Saggio, a significare la conquista di uno stile personale, che è altra cosa dalla scoperta del proprio genere di pittura, sul quale soltanto molti artisti contemporanei si fermano, senza raggiungere la componente introspettiva e drammatica che sostanzia l’arte moderna. Certo dai suoi quadri è eliminata la cornice, la finestra albertiana prospettica che ha trionfato nell’arte del Rinascimento. Ma non per questo vi è venuta a mancare la fervida tranche de vie, che, come nell’Astrattismo, ritrova nell’immedesimazione e nell’introspezione, e non soltanto dalla proiezione verso l’esterno, lo slancio comunicativo. Studioso e critico di Caravaggio, la scoperta della pittura-verità che coinvolge lo spettatore fin dove penetra la luce al punto di rivivere la realtà, rompendo il diaframma della superficie dello specchio, come concettualizzato nell’allegoria del Narciso (Gallerie Corsini-Barberini, Roma), sul quale Saggio ha scritto un libro, trapela anche in questa rassegna retrospettiva, dai paragrafi intitolati “Serie d’ombra” e “Impressioni di luce”. E’ lui stesso ad averci detto quali sono stati gli artisti dai quali ha mosso inoltre gli elementi fondamentali della sua pittura, non a caso per tutti i più adolescienziali, quando l’arte e il paesaggio innamorano e intorno ai quali ruota la decisionalità della nostra professione, nel capitolo intitolato "Vincent e Paul": Vincent Van Gogh e Paul Gauguin.
Fig.3 - Antonino Saggio, Villa Sciarra, Roma 1973, particolare, olio su compensato (cm.35x40)
La percezione sconfinata del territorio nel pieno rigoglio delle distese di campi del periodo arlesiano di Van Gogh e la musicalità degli scenari polinesiani di Gauguin, dove la natura e lo spazio urbano sono ricreati con accenti di purezza sentimentale, campiscono la sperimentalità delle tele di questo momento ampliato della pittura di Saggio, che finirà per allargare le stesure di pigmento senza che siano più condizionate dall’immediatezza del tocco. Sarà accaduto che un panorama romano (fg.3) o la vista di un giardino abbiano rasentato l’astrazione della tavolozza di un Arlecchino di Picasso, nelle tonalità più tenui e nelle più accese insieme, come fosse colto mentre danza nell’atmosfera invece di accasciarsi su una sedia. Saggio sembra non dimenticare mai, attraverso Newton e Goethe, che il colore è luce, energia, elevazione e principio vitale di ogni scienza, ma anche che, oltre ad essere un’espressione dell’infinitamente piccolo, è una confortevole dimensione dell’abitare, che potremmo definire del riposo, se non dell’ozio dell’occhio. E’ uno stile che, attraverso la radicalizzazione della macchia di colore puro, più o meno estesa, anche con una tendenza geometrica, leggibile nelle estensioni dei soggetti di paesaggio (fg.4), non lo abbandonerà più fino agli anni duemila. Il catalogo si chiude una volta attraversata la sgargiante fase primitivista dell’esperienza africana, scaturita dall’attività d’insegnamento in Mozambico e intitolata “Abaué”, un intercalare francofono in uso nell’Africa subsahariana.
Fig.4 - Antonino Saggio, Trinità dei Monti, Roma 1986, particolare, olio su tela (cm.50x60)
Nel libro Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione Informatica (Carocci 2010), un volume di quasi cinquecento pagine, Saggio ha tracciato ottanta anni della ricerca architettonica non più scissa dalla rivoluzione Informatica, ma inserita nel più ampio respiro storico, curatoriale, culturale ed editoriale, che gli è derivato oltretutto dalla trentacinquennale attività di docente. Come i suoi libri, i suoi dipinti sono “parlanti” nella misura in cui sono - in questo senso memoria del vissuto e storia del cittadino - altrettanti dialoghi intrapresi non solo con familiari e amici (compare nel testo anche un elenco di nomi dei possessori, ai quali le sue opere, mai sottoposte alla giostra del mercato per venderle, sono state donate), ma con numerosi studenti e con, ancora molto più numerosi, ascoltatori potenziali, come un archeologo alla continua ricerca di un’ipotetica e potenziale umanità, non solo nel passato. E’ ancora una citazione da Adorno, tratta dal saggio intitolato Valery Proust Museum (scritto nel 1953), che proviene da Note per la letteratura (Torino 1979; titolo originale: Noten zur Literatur), la raccolta di saggi critici pubblicata in vari volumi tra il 1958 e il 1974, a chiudere quanto il volumetto di Saggio, lungo mezzo secolo di produzione creativa, ha lasciato intravedere: "Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”.
II catalogo (Vita Nostra Edizioni) di Franco Purini è stato edito nel 2024, in occasione dell’esposizione personale Franco Purini presenta Cinque dipinti inediti di Nino Saggio, che si è tenuta presso la Fondazione Roberto Lucifero nella Cappella Orsini a Roma. Le cinque tele presenti nella mostra, dal 16 al 22 ottobre del 2024, erano le seguenti, riportate nel testo alle rispettive pagine: 1) Santa Croce, Roma 1969 (p.14); 2) Villa Celimontana, Roma, Gennaio 1972 (p.30-31); 3) Santa Maria Maggiore, Roma, Maggio 1971 (p.34-35); 4) La Fiumara di Brolo, Sicilia, Giugno 1972 (p.45); 5) Dona e Lele, Roma, Agosto 1987 (p.121).