Archeologia, arte e paesaggio tra Asia Occidentale e Mediterraneo Orientale ca. 4500-323 a.C.

Marco Ramazzotti Archeologia, arte e paesaggio tra Asia Occidentale e Mediterraneo Orientale

Più di dieci anni dopo Mesopotamia antica (2013), Marco Ramazzotti è uscito con un nuovo testo universitario edito da Mondadori Università e dedicato a quattromila anni di storia dell’arte, intitolato Archeologia, arte e paesaggio tra Asia Occidentale e Mediterraneo Orientale ca. 4500-323 a.C. (2025), denso di approfondimenti su tutte le tappe fondamentali dell’archeologia del Novecento nella geografia del Vicino Oriente antico:

l’Alto e il Basso Egitto, la Palestina, la Fenicia, l’Assiria, la Mesopotamia e l’Elam, senza dimenticare le regioni confinanti dell’Anatolia e il suo Impero Hittita, della Media e dell’Arabia, fino al bacino del Mediterraneo, in una cronologia che spazia dalle origini alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e quindi alla diffusione dell’ellenismo sotto il suo impero.

Così lo descrive il testo sul retro di copertina:

“Questo volume per Archeologia e Storia dell’Arte dell’Asia Occidentale e del Mediterraneo Orientale Antichi [n.d.r.: insegnamento di cui Ramazzotti è titolare presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma] presenta e discute alcuni tra i maggiori contesti archeologici, artistici e insediamentali dell’Eurasia centro-occidentale secondo un approccio geostorico, interdisciplinare e comparativo. I documenti di cultura materiale, figurativa ed epigrafica, insieme ai dati insediamentali, territoriali e paesaggistici di Mesopotamia, Siria-Palestina, Anatolia, Penisola Arabica e Africa nord-orientale, delineano diversi processi complementari e talora sincronici di interazione culturale, economica e simbolica avvenuti tra la metà del V millennio a.C. e la morte di Alessandro Magno a Babilonia nel 323 a. C. È nel corso di questo lungo arco temporale che, tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, si formeranno le prime città della storia, gli stati arcaici e gli imperi universali. Quest’opera manualistica vuole essere un’introduzione alla complessità e alla varietà di questi fenomeni.”

Sottolineando tanto i legami con la storia del continente asiatico quanto quelli con la storia del continente europeo, le denominazioni di “Asia Occidentale” e “Africa Nord-orientale”, adottate nei corsi dei college dell’Università di Londra, offrono categorie di riferimento e di aggregazione dei manufatti artistici ed epigrafici — a partire dalle primissime culture neolitiche e nomadiche e dalle originarie sovranità territoriali dell’area — meno equivocabili dell’espressione “Medio Oriente”, invalsa nell’uso statunitense e politico e ben prima della storia coloniale moderna. L’archeologia orientale, prima ancora della storia dell’arte bizantina, insiste infatti sulle basi della cultura materiale e sulle fondamenta della ricostruzione delle fasi dello sviluppo tecnologico sottese all’emancipazione dei primi regni della storia dell’umanità, in parallelo con il suo percorso evolutivo a partire dal Neolitico.

In altre parole, un vero e proprio viaggio avventuroso attraverso tutte le categorie del bello della storia dell’arte antica: lo studio dettagliato e la catalogazione sistematica di centinaia di oggetti esemplari riemersi negli scavi tra due secoli e oggi conservati nei più disparati musei del mondo, che soltanto una conoscenza sterminata avrebbe potuto classificare. Certo, la ricerca sul web, la fotografia satellitare e la pubblicazione online dei cataloghi dei maggiori musei del mondo hanno aggiunto nuova visibilità in alta risoluzione alla loro storia; ma è soprattutto attraverso decenni di docenza, di ricerca e di attività di scavo in alcune tra le principali missioni promosse dalla Sapienza Università di Roma che Marco Ramazzotti si è imposto come uno dei protagonisti della disciplina.

Come se non bastasse, il libro è corredato da quaranta pagine di tavole cartografiche: un vero e proprio atlante che localizza i siti archeologici scavati nelle diverse regioni, senza escludere l’entroterra asiatico oltre il Mar Caspio e l’Oman. Inoltre, ponendo in rapporto le moderne denominazioni delle città con quelle dei primi quattro millenni delle più antiche civiltà, il volume rende più familiari — non solo ad un pubblico studentesco — i lessici e le periodizzazioni delle culture di Ubaid e di Uruk, tra i più importanti siti scavati già dal secondo decennio del secolo scorso, preesistenti ai Sumeri e pure corrispondenti alle città della protostoria della Bassa Mesopotamia, cioè l’Iraq meridionale. Né può dirsi una semplice curiosità l’aver tracciato anche le mappe delle estrazioni metallurgiche nei territori di espansione, stabilendo una concordanza con le età del bronzo e del ferro lungo la linea del tempo europea.

Ubaid, nella definizione dell’Enciclopedia Treccani, è un “sito archeologico iracheno presso Ur (nell’attuale provincia di an-Nasiriyah). Dà il nome all’ultima grande fase preistorica della Bassa Mesopotamia, dopo quella di Halaf e prima di Uruk”. Ur, con la sua splendida ziggurat, dista più di 250 chilometri da Babilonia e storicamente può dirsi che sia passata dal dominio caldeo del Secondo Impero babilonese a quello persiano nel 538 a.C.

Il periodo di Ubaid era contraddistinto da villaggi di grandi abitazioni a pianta tripartita di tipo palaziale, da sepolture povere ma urbanizzate, dalla produzione di ceramica standardizzata con decorazioni stilizzate, dall’uso di sigilli amministrativi (monete) e dall’assenza di edifici templari monumentali come il Tempio di Calcare nel santuario di Eanna, dedicato alla dea Inanna a Uruk, la città nei cui scavi è stato ritrovato un consistente numero di tavolette protocuneiformi tale da indurre gli archeologi a considerarla la più antica città della storia.

Al periodo di Ubaid della sottofase di Eridu (ca. 5200-4800 a.C.), nel “paese di Sumer” — esonimo attestato in alcuni testi letterari di Ebla (Archivi Reali di Ebla, Testi 5, 7, XII) — Ramazzotti aveva già dedicato nel 2021 Eridu, Enki e l’ordine del mondo, ancora un testo universitario, ma edito da Le Monnier e rivolto, con tono più affabulatorio e non meno fondato, ad un pubblico più vasto. Nel volume tascabile viene avanzata l’ipotesi identificativa di Eridu con il giardino dell’Eden e del figlio del dio Enki con Adamo, in relazione al mitologema sumero del divieto divino di mangiare frutti che avrebbero donato l’immortalità, avvalorando l’idea che quell’area fosse uno dei luoghi d’origine delle tre principali religioni abramitiche — ebraismo, cristianesimo e islam.

Il re assiro Sargon II (721-705 a.C.) avrebbe invocato senza mezzi termini il dio Enki/Ea per la costruzione della città di Dur-Sharrukin (l’odierna Khorsabad), una nuova Accad e una nuova Babilonia; e non diversamente farà il suo successore Assurbanipal (669-627 a.C.), in greco Sardanapalo, costruendo nella nuova capitale Ninive la grandiosa biblioteca che conteneva ventiduemila tavolette cuneiformi: testimonianza smisurata delle origini divine della sua dinastia nelle liste, negli inni sacri e nei testi mitopoietici delle culture assoggettate durante il periodo di massima estensione dell’Impero assiro.

Un ulteriore punto di congiunzione tra la teologia di Eridu, il racconto biblico e la storiografia cristiana era rappresentato dalla figura dell’astrologo Bel-usur (Belshazzar), nel Libro di Daniele figlio di Nabonedo — secondo alcuni identificato con Nabuccodonosor II — che governò Babilonia in sua assenza: il re Baldassarre (ca. 549-542 a.C.), macchiatosi del furto della suppellettile sacra del Tempio di Gerusalemme. Una stirpe regale fatta discendere da Oannes, divinità marina che di notte dimorava nel mare e che ricorda fin troppo da vicino il mito del dio Proteo e, più in generale, i miti cosmogonici dell’antica Grecia.

Lasciando parlare l’autore:

“Ed Eridu è ancor oggi, dopo le poche ma intense campagne di scavo archeologico che rivelarono già alla metà del secolo scorso gli oltre settemila anni della sua vita, unanimemente riconosciuta come una delle più antiche capitali sacre della Mesopotamia, come il luogo abitato dal dio della creazione Enki e come la sede prediletta dagli dèi su cui, secondo un testo cardine della più arcaica storiografia orientale, la Lista Reale Sumerica [n.d.r.: incisa sul prisma Weld-Blundell dell’Ashmolean Museum di Oxford], sarebbe discesa, prima del diluvio, la regalità sulla terra.”

Un quadro comparativo quanto più ampio possibile, avanzato dagli studiosi dei due secoli scorsi in chiave indiziaria, mitologica e simbolica più che strettamente scientifica, ma non per questo meno denso di misteri, che oggi Marco Ramazzotti ha ripreso, a mezzo secolo di distanza dalla sconvolgente scoperta dell’Archivio Reale di Ebla nel 1974.

Tra gli approfondimenti più coinvolgenti del volume Archeologia, arte e paesaggio tra Asia Occidentale e Mediterraneo Orientale spiccano quello sulla tradizione leggendaria della Torre di Babele e, con riferimento ancora biblico al diluvio universale, quello sulla controversa teoria dell’archeologo britannico Leonard Woolley, scopritore del Cimitero Reale di Ur, il cui allievo Max Mallowan è noto anche per aver sposato Agatha Christie, incontrata proprio durante gli scavi nel sito. Woolley ritrovò infatti a Ur, a dodici metri di profondità, canne intrecciate probabilmente appartenenti ai resti di un’imbarcazione primitiva, ipotizzando la stratificazione di un’enorme ondata di fango di proporzioni catastrofiche. Nel testo su Eridu, Ramazzotti aveva già collegato questo racconto alla geologia alluvionale della Mezzaluna Fertile: la palude determinata dalla risalita delle maree lungo il corso dei fiumi dell’Iraq meridionale tra Tigri ed Eufrate.

Due capitoli del libro sono dedicati proprio a un profilo delle memorie storico-letterarie attraverso le fonti greco-romane, i documenti storici e, per i secoli più recenti, i reperti provenienti dalle campagne di scavo intraprese nella vasta area. Tra le fonti compare anche la raccolta delle novelle delle Mille e una notte, diffuse a stampa in Europa nel XVIII secolo, insieme alla fioritura del Califfato Abbaside sotto Harun al-Rashid (766-809), regnante a Baghdad, centro scrittorio di trasmissione e traduzione di manoscritti e papiri, vera capitale medievale della scienza.

Nessuna fonte viene trascurata tra le molteplici notizie ricavate dalle iscrizioni delle civiltà che circondavano l’area dell’alluvio, compresa quella egizia sul bacino del Mediterraneo, alluvio nel quale ebbe origine la storia delle città-stato greco-romane. Sopravvive anche la leggenda dei cosiddetti Popoli del mare, insieme a una mitologia del cammino dell’anima nell’Oltretomba e alla reminiscenza della favolosa Atlantide, di cui favoleggiavano gli Egiziani e che Erodoto, nelle Storie, avrebbe situato nel Nord Africa, nell’odierno Maghreb, sulla catena montuosa dell’Atlante, novemila anni prima della propria epoca. Geologicamente parlando, la Tirrenide sprofondata agli antipodi del Mediterraneo.

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