L’immagine di una lucciola intrappolata nell’ambra 99 milioni di anni fa (fg.2) potrebbe essere impressiva al punto da far dire che la scienza dovrebbe continuare a porsi gli interrogativi ai quali aveva saputo rispondere, anche quando, applicando il metodo di ricerca, non sia apparso evidente che il messaggio fosse stato ricevuto.
Non sarebbe inutile ricordare al pubblico di studiosi del calibro di Filippo Coarelli che l’astensione dal discorso filologico negli ultimi decenni del Novecento, più che demandata ai posteri, rappresentava la tendenza verso sistematizzazioni disparate della memoria dell’Antico. E non consisteva nell’incastrare la cronologia dei reperti artistici nella paleoantropologia, anche se coincidente con le mitografie dei segni grafici: la scoperta di Ebla aveva accelerato ed in qualche modo assestato la catalogazione dei materiali musealizzati.
Fig.2 - Lucciola intrappolata nell'ambra 99 milioni di anni fa (Foto Meogrossi)
Nonostante l’apparente pretesa di elitarismo dell’arte, Coarelli, nella conferenza che ha tenuto alla Fondazione Besso a Roma il 18 maggio, dal titolo Lezioni di archeologia 2026. Laocoonte, Sperlonga e Rodi e nelle precedenti, che è possibile ascoltare su Youtube, ha dimostrato ampiamente che parlare ad un pubblico massivo è non solo possibile, ma è doveroso e che può essere produttivo per la cultura anche se la lezione è rivolta ai non accademici. Vi sarà ancora un’altra lezione il 3 giugno prossimo, ma durante la conferenza lo storico ha già rivelato che non è sufficiente risolvere gli interrogativi emergenti degli studi, è indispensabile invece anche occuparsi delle smentite alle risposte erratiche, datate od elusive. Il fatto, non certo singolare di per sé, è che a ritrovarsi per molto tempo senza repliche sia stato uno degli archeologi più insigni in Italia e nel mondo. La conferenza non è stata solo bella, onirica e interessante ed in qualche forma spettacolare, con la proiezione di dettagli e ricostruzioni dei gruppi scultorei più famosi dell’antichità, ma didattica nel vero senso della parola. Lo studioso ha parlato del Toro Farnese (MANN) - un’opera prototipale anche se, ritenuta dai più di età severiana, non è determinato possa essere l’originale di Apollonio e Taurisco di Tralle - e del gruppo di Polifemo della Grotta di Tiberio a Sperlonga (Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga).
Il confronto tra le sculture del Museo di Sperlonga, non solo iconologicamente parlando, poiché documentate con la massima precisione possibile della loro sequenza cronologica, ha incluso ancora il gruppo del Palladio, il gruppo del cosiddetto Pasquino, con il corpo di Achille trascinato da Aiace, che indossa un elmo e non il berretto di Ulisse per poter obbiettivamente impersonare quest’ultimo, e quelli di Scilla e della nave Argo, che erano nel bel mezzo della piscina della villa, detta 'delle murene'. Sono gruppi scultorei ellenistici, anche se tutti riassemblati per la sua residenza a Sperlonga dall’imperatore Tiberio, del quale era stato Plinio a parlare più esplicitamente come di un virtuoso appassionato d’arte e, d’altro canto, in modo esagerato fanatico della poesia omerica. Per riassegnare alle competenze archeologiche non soltanto la curatela dello scavo, ma lo studio analitico di materiali e forme, dei soggetti e delle fonti storiche e letterarie, nel caso del Polifemo, da Tacito a Svetonio, e, soprattutto, nel caso del Laocoonte (Musei Vaticani), lo studioso ha esteso infatti l’argomento alla complessa discussione dei passi di Plinio. La Naturalis Historia è un testo del I secolo d. C., per quanto doviziosamente cosparso di notizie sull’arte antica, troppo moderno e passibile di interpretazioni differentemente attendibili e impegnative, soprattutto per la ricchezza e la vastità dei suoi riferimenti alle puntuali localizzazioni dei monumenti nelle città e sul territorio ed alla consistenza come alla chimica dei materiali.
In rapporto al Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, sul quale l’archeologo nella conferenza si è a lungo trattenuto, deve dirsi che la sua grandezza è paragonabile, anche se a sviluppo verticale, al gigantesco Polifemo di Sperlonga, raffigurato adagiato su una roccia e tuttavia, nell’insieme, a sua volta ad andamento piramidale. Sarebbe da aggiungere che quest’ultimo probabilmente fu visto sotterrato nella grotta di Sperlonga anche da Giulio Romano per l’affresco del suo Polifemo addormentato nell’arcone di Villa Madama, del quale è noto inoltre un disegno conservato al Louvre e che precocemente lo avvicina nell’ispirazione all’antico dramma del Ciclope euripideo. Portato a Roma l’originale da Asinio Pollione, il Supplizio di Dirce (MANN) marmoreo del Toro Farnese era affiorato alle Terme di Caracalla almeno dal pontificato di Paolo III ed era stato inciso da innumerevoli autori durante il Cinquecento, prima di essere acquisito alla collezione familiare di Palazzo Farnese del pontefice. A differenza di tante opere sotterrate in profondità, che, sebbene localizzate da artisti ed antiquari, dovettero attendere, in qualche caso fino all’Ottocento e al Novecento, come il Polifemo, la messa a punto di tecnologie idonee ad estrarle, il gruppo scultoreo di Dirce, come la statua equestre di Marco Aurelio, era dissotterrato nel Rinascimento. La difficoltà di riprodurlo avrà reso più vivace il dibattito rinascimentale del primato fra le arti, che talvolta riconosceva alla resa plastica perfino la precedenza sulla narrazione scrittoria del mito tramandata su papiro e su carta attraverso i secoli del Medioevo in modo spesso anche più frammentario. E’ all’interpretazione dei pittori e degli scultori del Rinascimento e all’insinuazione dal vero dell’Antico nella formazione del loro immaginario, che spesso è dovuta la restituzione mitografica più letterale, attraverso le tradizioni di differenti civiltà e culture, che è pervenuta nelle innumerevoli rappresentazioni conosciute delle antichità, soprattutto nella tipologia della suppellettile ceramica.
Sempre dovuta a Plinio, l’espressione ‘ex uno lapide’ riferita al gruppo di Laocoonte, le sue statue di Laocoonte e dei figli soffocati dal serpente, concepite in ambito greco, quindi secondo il racconto omerico e non secondo quello virgiliano, cavate da un solo blocco di marmo, sebbene separatamente, significava che la difficoltà dell’idea da rappresentare aveva richiesto, date le dimensioni, più artisti all’opera contemporaneamente e un unico prelievo di marmo per la velocità e la magnificenza della sua realizzazione. Ma significava anche che le sue sculture, distaccate l’una dall’altra, dovessero essere state separate tra loro per agevolarne il trasporto per mare, data la mole del gruppo. Anche se originariamente scolpite da una sola pietra senza giunzioni, di fatto il gruppo smembrato era stato ritrovato a Roma, dove doveva essere stato ricomposto nel palazzo imperiale. Scoperto nei pressi della vigna di Felice De Predis (in corrispondenza della Domus Aurea nei pressi della Testa del Colosso del Sole) sul colle Oppio nel 1506, era stato inizialmente collocato nel Cortile del Belvedere e tuttora è conservato a poca distanza nei Musei Vaticani (Cortile Ottagono del Museo Pio Clementino). Per la presunta contraddizione con il testo pliniano, invece, è generalmente ritenuto una copia romana da un originale bronzeo (Bernard Andreae). Il gigantesco Polifemo, avendo subito l’analoga sorte del Laocoonte di suscitare l’ammirazione dell’imperatore, ugualmente era stato trasportato in parti da Rodi e scenograficamente collocato nel nicchione della seconda camera della Grotta di Tiberio. Gli eremiti basiliani della comunità monastica di Santo Stefano, che nel XII secolo occupavano l’area archeologica, a modo loro preservandolo da furti e razzie, lasciarono seppellito nella caverna il gruppo scultoreo frammentato, dove sarà stato ritrovato nuovamente in pezzi, venendo alla luce infine nel 1957.
Il lavoro filologico di Filippo Coarelli ha centrato la ricostruzione del gruppo nell’assetto originario, perciò erratica la disposizione attualmente esposta nel Museo, in cui le sculture sono distanziate in eccesso, disperdendone la simultaneità dell’azione. In base al confronto e all’analisi dettagliata dello stile, del movimento e dell’espressione delle statue, il gruppo risulta esteticamente contenuto e compatto nel parallelepipedo del blocco marmoreo originario, con i compagni di Ulisse protesi ed il palo dell’accecamento contenuti fra le gambe del gigante. Analogie e differenze di stile con il Laocoonte (I sec. a. C.) dimostrano che gli artisti rodii Agesandro, Polidoro e Atenodoro, o i loro ascendenti per il Polifemo (II sec. a. C.), avevano lavorato sempre con la tecnica e nel gusto ellenistico, che erano più accentuati ed esasperati per il Laocoonte, ma che comunque era stato scolpito prima del Sacco dell’isola nel 43 a. C. ad opera di Gaio Crasso Licinio, quando le maestranze più ricercate ed in vista fuggirono a Roma con le loro famiglie. Ed è pur vero che, una volta recuperato nel Novecento, sia stata una sorta di rivolta popolare nel 1963, scoppiata a Sperlonga (ma certo guidata dai frequentatori abituali delle sue spiagge, tra gli altri Natalia Ginzburg e Valentino Bompiani), a pretendere che le sculture restassero nel loro naturale contesto e non fossero musealizzate a Roma. Meno ovvia fu la chiusura negli anni Novanta da parte del WWF dell’accessibilità dal mare della Villa di Tiberio a prezzo di un biglietto, inibendone la visita ai ragazzini che dal mare l’avevano scoperta, anche se accompagnati, e che da tempo era tramandata di generazione in generazione pure prima dell’insigne ritrovamento.
Il Laocoonte non è privo di aggiunte e manipolazioni successive, il che non gli impedisce di essere un originale ellenistico trasportato a Roma per mare e di datazione posteriore al gruppo scultoreo di Polifemo di Sperlonga, entrambi importati da Rodi successivamente dall’imperatore Tiberio, che vi
Fig.3 - Testa di gigante dell'altare di Pergamo (Pergamon Museum)
risiedette: il metodo di datazione dell’ellenismo avanzato da Coarelli dimostra come l’archeologia possa diventare una scienza esatta (contro i ribassisti della cronologia pergamena). L’Ulisse di Sperlonga (fg.1) è passibile oltretutto di un confronto diretto con l’arte pergamena e in particolare, con una testa di gigante dell’Altare dedicato a Zeus da Eumene II di Pergamo (Pergamon Museum, Pergamo) (fg.3), raffigurato nell’ala della grandiosa ara dovuta ad artisti probabilmente provenienti da Rodi, che avevano celebrato la divinizzazione dei sovrani attalidi e che è stato datato nell'insieme alla prima metà del secondo secolo a. C. Nel disorientamento generale verso i criteri di classificazione di una delle tecniche compositive, che, a partire da Alessandro Magno, cominciano ad essere ripetute per imitazione a livello manifatturiero, alcune differenze stilistiche costituiscono un punto fermo per la datazione di centinaia di esemplari fatti eseguire o prelevati dai Romani nelle spoliazioni perpetrate, in particolare a Rodi, nella sfera d’influenza dell’arte di Pergamo, ma in periodi diversi. Più che la stratigrafia di uno scavo e con uno scarto oltre che generazionale - il tempo dell’attività di una bottega, inoltre documentato dalle iscrizioni con i nomi tramandati alternativamente di padre in figlio dei più famosi autori rodii - le statue testimoniano l’enorme e raffinata produzione ellenistica: argomento sul quale Coarelli è tornato più volte a partire dal 1973, e anche prima, modulandolo con una sonorità non solo fondata mirabilmente, ma sempre più discorsivamente attinente ai fatti artistici o, per meglio dire in questo caso, ellenistici ed in un universo che potrebbe definirsi ad una scala epica, come e più di quello infinitesimale della miniatura nel medioevo.
A fronte della scomparsa della maggior parte della toreutica alessandrina, non è possibile dubitare della sussistenza della copia del Colosso del Sole (o di Costantino), forse in marmo bianco di Kos, se non pario (Cortile del Portico della Dea Roma in Campidoglio, sistemato dall’architetto Alessandro Specchi), tra quelli provenienti da Rodi, per la sua spropositata grandezza attratto nel culto della personalità imperiale. Le sue fattezze nello stile rodio più tardo, con la calotta dei capelli appena incisa, quasi come un raffinato ‘stiacciato’ donatelliano, ha meritato anche in questa sede almeno un fugace accenno, forse in virtù dell’invadenza dell’allestimento di una sua copia in resina, comunque accomodata, che da mesi ancora troneggia, spaventando i passeri, a Palazzo Caffarelli in Campidoglio.
